Gruppo di lavoro 6 · 24 settembre 2026
Privacy, Identità digitale e ZK Proofs

Vincenzo Rana
Camera dei deputati, Aula dei Gruppi parlamentari · 4:56 min
In breve
Vincenzo Rana restituisce il lavoro del Gruppo 6 su privacy, identità digitale e prove a conoscenza zero. Usa gli esempi dei pagamenti e dell’identificazione online per spiegare come verificare i requisiti richiesti da un servizio limitando i dati personali condivisi.
Il video dell’intervento
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Fonte: WebTV della Camera dei deputati. Guarda la registrazione completa.
Trascrizione integrale revisionata
Testo rivisto nella punteggiatura, nei nomi e nei termini tecnici, mantenendo il contenuto del parlato. I passaggi non comprensibili sono indicati tra parentesi quadre. I sottotitoli nel lettore sono automatici. Seleziona un orario per riprodurre quel punto del video.
Ok, proprio adesso si stringono i tempi. Va bene, va bene. Lasciatemi cominciare associandomi ai ringraziamenti per chi ha organizzato questo evento, in generale tutto il percorso dell’Intergruppo, e ovviamente a tutti i professionisti che si sono dedicati al lavoro che abbiamo portato avanti all’interno del gruppo che ho avuto il piacere di coordinare negli ultimi mesi. Si è occupato di identità digitale e privacy, due temi abbastanza trasversali anche rispetto agli altri che sono stati toccati dagli altri gruppi.
Basti pensare alla necessità di identificare una persona che deve effettuare un trasferimento di denaro, quindi un pagamento, che sia un trasferimento di denaro in stablecoin, o chi vuole detenere o scambiare, ad esempio, un asset tokenizzato, quindi un bene tokenizzato. Cosa vuol dire identificarsi? Tendenzialmente, se siamo in presenza, identificarsi può voler dire semplicemente dare il proprio documento. Do il mio documento, sto dando informazioni tra l’altro importanti: il mio nome, il mio cognome, la data di nascita, la residenza, il codice fiscale.
Questo ovviamente se sono in presenza; se sono nel mondo digitale, per esempio, posso usare i classici modi di autenticazione, quindi nome utente e password per autenticarmi, oppure magari lo SPID. In ogni caso sto dando informazioni su di me e questo in qualche modo va un po’ in conflitto, in contrasto con la riservatezza. Più dati do di me, più sto in qualche modo ledendo la mia privacy.
Esiste infatti un principio, quello della minimizzazione del dato, che dice che chi mi eroga un servizio può richiedermi delle informazioni, però devono essere limitate, almeno quelle obbligatorie, a quelle necessarie per fornirmi quel servizio. Questo è ovviamente molto interessante: la norma è valida da un po’ di anni e continua a esserlo. Quello che è interessante notare è che sta cambiando la tecnologia e con la tecnologia può cambiare l’applicazione e l’interpretazione di questa norma. Fino ad oggi siamo abituati a dare l’informazione per dimostrarla, ma grazie alle nuove modalità di identità digitale, per esempio quelle basate sulla crittografia, diventa possibile dare delle prove non falsificabili di una certa fattispecie.
Il classico esempio è: dimostro di essere maggiorenne senza dire quando sono nato e, volendo, anche senza dare il mio nome e il mio cognome. Questo chiaramente è un altro livello, mi permette di garantire ancora di più la mia privacy, la riservatezza, però ovviamente può creare dei problemi. Che problemi può creare? Io non voglio che le persone siano completamente anonime quando operano, perché per esempio le forze dell’ordine potrebbero voler controllare quello che si sta facendo, vigilare che le norme vengano rispettate e poi magari indagare su chi quelle norme non le ha rispettate.
Abbiamo affrontato tutti questi temi all’interno del lavoro di questi ultimi mesi. Quello che abbiamo prodotto, anche collaborando con rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, è una serie di casi d’uso che abbiamo identificato: da quello più semplice, la dimostrazione della maggiore età, oppure la dimostrazione della propria fascia di reddito, per esempio per l’accesso a servizi della pubblica amministrazione, fino a casi d’uso più complessi. Possono essere, per esempio, quello di delegare la propria identità a un agente di intelligenza artificiale che opera per nostro conto.
Abbiamo identificato tutti questi casi d’uso, abbiamo provato a dettagliare delle linee guida per poterli applicare. Quello che ci auguriamo è che si possa iniziare con una sperimentazione, chiaramente graduale, dai primi casi d’uso più semplici, andando avanti, che possa permettere di capitalizzare il valore che abbiamo e, lasciatemi dire, anche il posizionamento. Perché quando parlo di identità crittografiche, che può sembrare qualcosa di futuristico che chissà quando arriverà, sto parlando delle identità che si usano già oggi su blockchain, che è un po’ il tema che stiamo trattando oggi. Ma non soltanto: sono le stesse identità che tutti noi, o quasi tutti noi, abbiamo in tasca e che usiamo con la carta d’identità elettronica.
Cosa vuol dire questo? Vuol dire che, appoggiandoci su infrastrutture pubbliche già esistenti — parlo di blockchain, di Internet, dell’identità crittografica della nostra carta d’identità — è possibile realizzare sistemi. Faccio un esempio, uno su tutti: un sistema di pagamento. Io posso pensare di trasferire da una carta d’identità a un’altra degli asset che possono essere del valore, quindi per esempio delle stablecoin, o dei certificati, e quindi trasferire il diritto di possesso di un bene o l’accesso a un servizio.
Questo è già possibile oggi. Abbiamo un vantaggio in Italia, siamo molto avanti con la carta d’identità, è lo stesso percorso che stiamo facendo in Europa. In Europa ci si sta spingendo verso questo tipo di identità. Quello che vogliamo lasciare come punto di apertura è: partiamo dal vantaggio competitivo che abbiamo e dalle grandi competenze che penso stiamo dimostrando come Paese e iniziamo a sperimentare, perché solo in questo modo possiamo capitalizzare il valore che in qualche modo abbiamo già creato. Grazie.